«L’interdipendenza fra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta.
La loro diversità non è una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo.»
(Károly Kerényi)
Lo sviluppo cognitivo è influenzato direttamente dalla lingua parlata (pensata).
Dall’ipotesi della relatività linguistica di Sapir-Whorf, lo studio si è riverberato in ogni direzione possibile.
Lera Boroditsky, in questi anni, sta ampliando lo studio della teoria, come fosse un fenomeno tridimensionale (..).
Per esempio, l’inglese è una lingua che vede il Tempo come un movimento spaziale orizzontale.
In mandarino invece, il Tempo è verticale.
Il gruppo aborigeno Kuuk Thaayorre, down under, non usa le parole “destra” e “sinistra” nell’orientamento, ma i punti cardinali (“nord”, “ovest”, “sud”, “est”) per creare una spazialità maggiore.
La lingua modella il pensiero.
LA VOCE. POTENZA DEL DRAMMA, DELLA FARSA E DELL’ELETTRONICA
Benedetto fu quel dj radiofonico che, nella (tarda) serata RAI, o in piena notte, fine anni ’80, inizi anni ’90, trasmetteva “Any resemblance is purely coincidental”.
Manco fosse un brano “ruock”.
Charles Dodge, allievo di Darius Milhaud (non un caso..), insegnante e musicista, aveva lavorato ai Bell Laboratories di New Jersey, laddove Max Matthews elaborò la computer music.
Dodge, parallelo a Morton Subotnick e meno popolare (..), connette la computer music alla vocalità, come nessun altro in quel periodo (storico).
“Speech songs” modellava un’estetica, il far musica con le parole, che preconizzò tutto il futuro prossimo: da Laurie Anderson alla trap.
“Any resemblance is purely coincidental” fu invece una vertigine post moderna.
Dodge ci esponeva al Tempo, vissuto al pari di piani intersecabili, modificandolo in diretta.
Una registrazione di Enrico Caruso, del 1907, catturata e sintetizzata su nastro.
“Vesti la giubba” di Leoncavallo diventava una fantasmagoria sonora.
Un pianoforte accompagna la voce, effettata, scratchata, che recita la propria astrazione.
Lo stesso meccanismo dell’arte contemporanea, della pop art, ma di una forza espansa in ogni direzione immaginabile.
Tecnica ed emozione.
La qualità granulare della (registrazione della) voce di Caruso viene esaltata: sia quando è un fantasma dell’opera, uno sfondo invadente, sia quando risalta (in faccia) grazie ai chorus metallici.
Nella performance dal vivo, il pianista che accompagna il nastro rimaneva solo sul palco, dialogando con un’entità acusmatica.
“Any resemblance is purely coincidental” è un punto di snodo e una ripartenza della musicalità vocale.
Un ologramma materico, sonoro, della potenza assoluta del linguaggio cantato.

