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(IN) CANTO

IN (CANTO)

In vista del terzo album, aggiorniamo le vicende che riguardano il progetto.
Prima però, si impone uno sguardo distaccato verso la realtà parallela della rete.
Non sono i contenuti, a volte ottimi, a lasciare perplessi; è il retrogusto (dolceamaro) di ritrovarsi in mezzo a un gigantesco Speakers’ Corner virtuale.
Come a Hyde Park ma moltiplicato a dismisura, ognuno (me compreso) con le sue ragioni indubitabili, le certezze inscalfibili e una tribù di adepti che applaudono a casaccio.
Immagino cosa direbbe un Aldous Huxley della contemporaneità che sbuca da internet (e dalla tivù)…
Si dovrebbe comunicare qualcosa, veicolando informazioni e pensiero critico, invece ci si ritrova ad agire nella forma imposta dai padroni delle ferriere.
Si prova, disperatamente, a vendere se stessi e le proprie elucubrazioni.
Il linguaggio, il mezzo adoperato per mettere in luce il messaggio, è una sintesi confusa di slogan recepiti e introiettati aderendo ai media.
Quindi non è difficile scrivere della voce; il problema principale è farsi capire veramente, deludendo chi pensa che esista un metodo infallibile per svilupparla e controllarla.
Eppure, in un periodo nel quale tutti cantano, sarebbe meglio disimpararne l’uso.
Vivaddio urlare per disarticolare il canone imposto: un plotone di esecuzione di ugole che scimmiottano gli stereotipi di ogni genere.
D’altronde, così fan tutti.
Manca la qualità del silenzio, il fattore scardinante che porta all’ascolto.
Banale ribadirlo, ma la voce riproduce ciò che sente.
Sono, i suoni che escono e quelli che si nascondono nel nostro corpo, la riproduzione acustica dell’architettura di una persona.
I rimbalzi fonetici (indesiderati?) sono importanti almeno quanto le note che si vogliono produrre; proprio come gli scricchiolii delle porte di una cattedrale che colorano gli accordi di un organo a canne.
La voce è altro in quanto ANCHE uno strumento musicale.
Invece oggi viene incatenata alla musica che ha ormai, nella maggiorparte dei casi, una pura funzione (finzione?) estetica.
Cantare, magari perfettamente, come robot (parola boema che significa “lavoratore”), dimenticandosi la gioia, il dolore, lo stupore che si dovrebbero svelare nell’atto.
Ci sono timbriche particolari, affascinanti, curiose; non ho mai ascoltato una voce (che parli o che canti) con caratteristiche che non siano uniche.
Nasce tutto con la parola, ovvero un ordine apparente al caos suggerito dai nostri istinti; suoni che costruiscono un alfabeto ancestrale, derivato da versi e grida.
Da questi spunti arriva la liberazione del (non) canto: la musicalità come solo obiettivo, perchè la musica (ahilei) si è trasformata in un sistema autoreferenziale.
Che ha prodotto dividendi vantaggiosissimi, economici e sociali, per i protagonisti di quei mondi.
Dal pop all’opera.
L’esempio più infantile, nella vocalità, è rappresentato dalla leggenda metropolitana del do di petto, impossibile da eseguire senza cambio di registro, ma divenuto realtà nell’immaginario comune.
E’ altresì ancora più ridicola, nella tradizione del Belcanto, la schiavitù del cantante ridotto a un performer (immobile) di prodezze estreme.
Eppure un Verdi o un Rossini adattavano l’orchestra alle caratteristiche tonali del protagonista e non viceversa.
Tutto sorge dal respiro (e dall’apnea controllata..): non desta stupore l’ascolto di un bambino che, non avendo ancora i polmoni sviluppati, utilizza perfettamente (forse perchè ignaro della corazza futura..) il diaframma?
Un’altra vocalità è possibile, anche contraria agli stilemi armonici imposti.
Ma risiede nel controllo del gesto, fondamentale pure nell’intonazione: ci sono voci bellissime che stonano il giusto, lievemente, apportando personalità all’interpretazione.
E ancora: decostruire l’approccio pavloviano al significato delle parole, per mettere in evidenza il significante, restituendo la magia e il mistero di suoni che sono stati incatenati dalla storia della comunicazione umana.
La voce che riverbera in un ambiente e, a seconda delle stanze, sempre con un approccio ritmico e armonico in continuo mutamento.
Elettronica dell’anima, un ossimoro vivente, eseguita con le corde vocali, la testa, la pancia, i polmoni, i muscoli facciali.
In fondo, per produrre (in) canto, si suona una carcassa.
Allora meglio un approccio neutro, biologico, sull’argomento.
Il riferimento è a uno studioso che ho incontrato quest’estate a Torino, la città di Laura Archera (tutto torna..).
L’analisi metodica e approfondita del professore Mauro Uberti.
Uno scrigno sorprendente, quasi sterminato, di esperienza.
Prima di salutarci, mi ha proposto la (ri) lettura di una poesia di Aldo Palazzeschi.
Ogni tanto mi bagno in queste gocce…
La fontana malata
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchette,
chchch…
E’ giù,
nel cortile,
la povera
fontana
malata;
che spasimo!
sentirla
tossire.
Tossisce,
tossisce,
un poco
si tace…
di nuovo.
tossisce.
Mia povera
fontana,
il male
che hai
il cuore
mi preme.
Si tace,
non getta
più nulla.
Si tace,
non s’ode
rumore
di sorta
che forse…
che forse
sia morta?
Orrore
Ah! no.
Rieccola,
ancora
tossisce,
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
chchch…
La tisi
l’uccide.
Dio santo,
quel suo
eterno
tossire
mi fa
morire,
un poco
va bene,
ma tanto…
Che lagno!
Ma Habel!
Vittoria!
Andate,
correte,
chiudete
la fonte,
mi uccide
quel suo
eterno tossire!
Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire,
magari…
magari
morire.
Madonna!
Gesù!
Non più!
Non più.
Mia povera
fontana,
col male
che hai,
finisci
vedrai,
che uccidi
me pure.
Clof, clop, cloch,
cloffete,
cloppete,
clocchete,
chchch..                (1930)
Per (s) finire, tre consigli di letture alternative, romanzi obliqui sul tema appena accennato…
Marcel Beyer “Pipistrelli”.
Thomas Bernhard “Il soccombente”.
Gunther Grass “Il tamburo di latta”.
Ossequi.
immagine di Federico Pirasimmagine di Federico Piras – www.federicopiras.comFederico Piras su Flickr

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