Intervista di Paolo Travelli: da 48’46” in poi.
“Bastet”, “Amico dell’assenza”, “Romeo Venturelli”.
 
 
Qui il sito di Radio Gutt Laun

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https://edisonboxrecords.bandcamp.com/track/romeo-venturelli 

Un funk blueseggiante, con un campione che omaggia Fela Kuti, e una coda che si trasforma in un dialogo (voce e sax).

I Mambo Melon (Gabriele Grosso e Marco Bognanni) base ritmica e Antonio Marangolo a colorare la struttura.

L’italiano usato nel canto radicalizza il confronto tra significato e significante della parola (suonata).

Che è paragonabile ai binari di un treno: procedono, paralleli, il senso attribuito dal dizionario e l’immagine e i fonemi del vocabolo.

I due universi contengono una quantità impressionante di informazioni, talvolta opposte. Il testo è volutamente ambiguo.

Nell’incipit non si pronuncia all’americana “Romeo”. Che altrimenti dovrebbe avere l’accento sulla prima o (e se fosse francese sull’ultima). E’ una crasi della frase “Romeo mio”: diventa “Ro’mio”.

Non ha importanza che sia “Avevi l’oro nelle mani” oppure “Avevi loro nelle mani”. “..La rosa vomitata..”, per chi non sa la storia di Venturelli, è una fotografia surreale; quelli che la conoscono sanno invece che si riferisce alla maglia (rosa).

Le liriche premiano l’ambiguità, che dunque permette di liberare (meglio) la voce e l’ascolto della stessa.

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“Cetec topa debette
 Etek glo chri fefee
 Bugiuti gnemelaga
 Pecice…!”
 
In “Epepe” di Ferenc Karinthy, questo canto – in una lingua aliena alla cultura di un (insigne) linguista – rimbalza qua e là nella novella.
La nenia (?) minacciosa viene ripetuta da un gruppo di donne, incuranti della pioggia e dei militari schierati, nel momento più importante del romanzo.
Abbiamo sempre identificato il battito vitale del reggae, il suo levare, con un gesto (..) fisico: il singhiozzo.
La voce oscilla, sui campionamenti Scientist, tra la filastrocca e un gramelot.
Anche il ritornello, la stratificazione del coro decisa con Fabrizio Naniz Barale, preferisce l’equilibrio instabile.
Il ragga (scuro) del secondo pre refrain è ambiguo: sconfina volutamente nella parodia del grunting.  
 
“Tohoree! Muharee!… Tohoree, muharee!…”
 
Le parole inventate, scevre di un significato certo, permettono di creare una poesia vocale decontestualizzata dall’esigenza di un racconto.
Il finale opera una cesura netta col tema principale, ma la lingua di “Epepe” rimane il bordone di tutto.
La voce stira le corde vocali, torna bambina e fugge verso canoni orientaleggianti. 
La base stavolta è Alice Coltrane con Pharoah Sanders.
Che, più o meno involontariamente, ci riporta a Leon Thomas – primattore nell’uso (espanso) dello yodel – e chiude il cerchio. 
 
Campioni del Mondo.
 

 
 

 
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7 KYKEON

Chiude il cerchio un pezzo che, al pari di “Romeo Venturelli”, arriva da lontano.

Una successione di accordi sulla quale performavamo imitando il brasiliano, sovrapponendolo a glossolalie e yodel.

In origine, l’arrangiamento morriconiano suggeriva un altro titolo: “Spaghetti western”.

Quindici anni dopo, con Franco Gullotta, la canzone (..) divenne minimalista, europea (Wim Mertens), ed evocativa di un mondo parallelo: quello dei misteri Eleusini.
Il sampling di Anders Hillborg – una lama di luce o l’arrivo dell’oscurità: a scelta.. – spezza in due il viaggio, sottolineando l’apice e l’epilogo dello stesso.

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Quando nel 2013 Piero Pala – di Complus Events – ci scrisse del tema di un’installazione romana, cioè i canti orfici, l’idea di usare le parole, solo alcuni versi, di Alda Merini fu immediata.

Utilizzammo quella musicalità originale, priva di barriere, per cucire una poesia sonora libera.

Usammo, per darle autenticità, una voce attoriale femminile: quella di Laura Barbero.

Centrale nella prima sezione, con le voci (maschili) che passano da un lato all’altro dello spazio, nemmeno fossero satelliti.

Esterna, piano piano, nella seconda, impostata su una diplofonia che diventa melodia mentre la parola, isolata, diviene supporto ritmico.

Per noi tutto ciò, oltre l’estetica dominante, è canto popolare.

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5 EPEPE

“Epepe” di Ferenc Karinthy ci incuriosì perchè leggemmo il babbo, Frigyes, autore (nel 1936) di “Viaggio intorno al mio cranio”: un capolavoro che esplorava la percezione della mente umana.

Così ci avvicinammo al figlio e scoprimmo una novella surreale, costruita sulla nostra ossessione preferita: la lingua.

Budai, il protagonista, si perde in una città sconosciuta e, malgrado sia un eminente linguista, per tutto il racconto non riesce a decifrare una singola parola dell’idioma parlato in quella landa.

Al di là della metafora politica, evidente (era il 1970 e l’Ungheria uno Stato socialista..), colpisce lo smarrimento di Budai.

Incapace di comunicare con chiunque, tranne una ragazza che manovra l’ascensore di un albergo.

“Epepe” è un’allegoria sulla potenza del linguaggio (parlato e scritto).

Quella curiosa stratificazione virale di suoni, incomprensibili a orecchie aliene, alla base dell’essere collettivo e individuale.

Dovremmo ricordarcelo più spesso: il pensiero è un sedimento secolare.

Per abitare un territorio straniero, l’enclave dub ci affascinava.

Ecco allora il campionamento di Scientist, un brano destrutturato e ricostruito, e il cut-up di “Epepe”, ennesima lingua (inventata) a disposizione di “Kykeon”.

Divertente il ragga “scuro” (a un passo dal grunting), notevole la collaborazione con Giacomo Abbà.

Libero di sottolineare le melodie vocali e, sul tappeto di un tratto da “Journey in Satchidananda”, di improvvisare un assolo.

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