Oggi a me, domani a te
First of all, I hate captions.
“Oggi a me, domani a te” ( “Today me, tomorrow you” ) is simply an inscription on the gates of a cemetery beneath the Barchi Tower.
The tower is the most emblematic sign of the ninth century saracen invasion of the Alta Val Tanaro, a remote corner of north-western Italy.
The place name, Eca Nasagò, is derived from two arabian phoenemes meaning “ferocious” and “battlefield”.
It’s in Ormea: a small village on the outskirts of the Piedmontese mountains, it stands above the Ligurian coastline.
Ulmosciu, the local dialect, is a weird mix of Piedmontese, Ligurian, Arabian, German and French.
There are no similar languages in the area.
For example, the train comin’ from the plain in ulmosciu is “sbrivotzu”.
Meanwhile the train goin’ down the valley is “scuriatzu”.
I’ve used these two rare, unique words, connecting to southern Italian traditions.
In fact, at the start of the piece, my pronunciation is Neapolitan.
And I’m talkin’ about “A’ livella”, a poem wrote by Totò, one of the greatest actors of the twentieth century.
So deeply ancient, early Christian-like, a marvel of our popular literature.
It’s about death as a spirit level for everybody; rich and poor.
The whole track is a representation of chaos, and of the entropic energy on planet earth.
“La merce perfetta” is made of circles and spirals.
I’ve taken the most bitter phrases of Alberto Camerini’s “Droga”, a cut-up that I sing in the first verses as a vocal poem then as a soul song.
And by the way, It’s not about the meaning of the lyrics, but rather the sound of the words.
Using the voice in this way serves to introduce the second stanza: overtunes, glossolalia, falsettos, scat, blues, etc.
What I’ve sung is assaulting me from the inside.
The last part, the third one, is about sound perception. Therefore we have a drone, a low-pitched bass and glitchings.
The singing is free improvisation, a fifteen minute take one. It’s not perfect (who cares?) but it’s imbued with emotion, so groovy.
The only way to finish the number before getting lost in DPOAEs…
But at this point you’re as well just to listen.

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“…

20.2 Studi neuropsicologici sulla glossolalia religiosa.

La glossolalia religiosa viene in genere prodotta in stato di trance. Durante numerose forme di trance è stata documentata una modificazione dell’attività di alcune strutture dell’emisfero cerebrale destro…
L’attivazione dell’emisfero non linguistico in queste circostanze favorisce la glossolalia, una forma di vocalizzazione molto complessa, con una forte creatività a livello fonologico e morfologico, nella quale non è tuttavia presente alcun riferimento di tipo semantico; viceversa la glossolalia tende a indurre stati modificati di coscienza. La presenza di una notevole tendenza alla ripetizione (ecoismi) e di schemi prosodici simili al canto è un ulteriore indice neurofisiologico di un’aumentata attivazione funzionale dell’emisfero destro durante tali stati di coscienza. Difatti, studi di neuropsicologia clinica hanno evidenziato che l’emisfero destro è specializzato nel canto e nell’espressione di canzoni, poesie o preghiere apprese e utilizzate in maniera stereotipata.
Si può quindi ragionevolmente sostenere che le strutture neurofisiologiche gerarchicamente più alte, che si attivano negli stati di estasi con produzione di espressioni glossolaliche, sono quelle corticali e sottocorticali dell’emisfero destro. Durante alcune forme di espressione glossolalica, particolari strutture dell’emisfero destro giungono ad assumere il controllo e a guidare con modalità innovative i processi fonologici e lessicali sviluppati nei centri linguistici dell’emisfero sinistro. Ne risulta così una produzione vocale nuova, ma che sottosta ancora ad alcuni vincoli fonologici e lessicali della lingua madre del soggetto, anche se all’orecchio di ascoltatori comuni suona come una lingua straniera, caratterizzata da una spiccata tendenza alla ripetizione di gruppi sillabici e alla cantilena.
L’assenza di contenuti semantici e contemporaneamente la presenza di una notevole creatività vocale concorrono a determinare una delle caratteristiche principali della glossolalia, ovvero la capacità di indurre stati di estasi collettiva mediante una forma molto efficace di ‘contagio emotivo’ tra l’individuo glossolalico e gli ascoltatori. Chi ascolta le espressioni glossolaliche prodotte da un individuo in estasi non si limita quindi a percepirle, ma di fatto tende a ripeterle a voce alta, come fanno i bambini, oppure a un livello subliminale, o ancora a un livello più interiorizzato. La ripetizione esteriore, o interiorizzata, serve a ricreare nell’ascoltatore le stesse condizioni neuropsicologiche che sostengono lo stato di trance in chi si sta esprimendo con modalità glossolaliche. Da una generale condizione di maggiore attivazione dell’emisfero cerebrale sinistro, quale si riscontra durante gli stati ordinari di coscienza, l’ascolto di un espressione glossolalica prodotta da un individuo in estasi tende a modificare la ‘dominanza cerebrale’, a favore di una maggiore attivazione dell’emisfero cerebrale destro. Una situazione di estasi collettiva favorisce inoltre comportamenti di gruppo più disinibiti, sia a livello verbale, sia nel comportamento sociale, sessuale e alimentare…”

Paragrafo tratto da “Neuropsicologia dell’esperienza religiosa” di Franco Fabbro, Casa Editrice Astrolabio.

 


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Venivano in mente molte (troppe) cose per completare (?) il mosaico de “La merce perfetta”.
Descriverlo parzialmente, lasciando le ombre, i punti oscuri, senza spiegare ciò che è diventato.
L’immagine allo specchio è un’allegoria perfetta per rappresentare certe sinapsi: pensiamo di osservare una riproduzione perfetta della realtà, in verità abituiamo lo sguardo a memorizzare un (s) oggetto rovesciato.
Verosimile ma falsato nelle prospettive.
Nei tre bordoni de La Merce ci sono tutto e il contrario di tutto, ma non penso sia casuale che, proprio all’inizio della realizzazione, abbia gradito la visione di “Kynodontas” di Lanthimos.
Forse perchè ho trovato alcune corrispondenze, confortanti, con il disegno in divenire (continuo) del mio lavoro.
Quel film, che come qualsiasi azione che funziona veramente sfugge al governo di chi l’ha ideata, è incentrato sul linguaggio e il potere che esercita su di noi.
Al di là dei riferimenti sociopolitici evidenti (dove, se non in Grecia?), “Dogtooth” affermava l’assoluto dell’alfabeto; la lingua, elemento virale per eccellenza, costruisce la forma mentis e impone l’espressione umana, di ogni tipo (anche quella artistica).
Il linguaggio delitto perfetto, essendo ovunque, si rende invisibile.
Le parole, la loro semantica, sono fondamentali nella macchinazione, nell’idea artificiale dell’habitat.
Il controllo quindi non risiede nelle immagini, ma nel veicolarle con il lessico giusto (gli ordini…) per fabbricare un immaginario potente.
In fondo è la nostra cronaca collettiva, il cosiddetto sistema: che vive appunto di burattinai, corde e burattini.
Ma guai a ricordarlo se ci riferiamo anche alla musica…
Ecco, la destrutturazione metodica, ispirata, è la salvezza della singolarità di un’opera (e di una persona).
Perchè rappresenta una minaccia a un’idea specifica del mondo, qualsiasi essa sia.
Così i ruoli assegnati non valgono; non esistono più gli asserviti al dogma, ma nemmeno i rivoluzionari e i contestatori.
Eppure dovremmo riconoscere la nostra funzione primaria, quella di spugne.
Programmate per assimilare un linguaggio, ripetuto, riportato, cristallizzato: ogni generazione ha uno spartito, imparato a memoria proprio nel momento della crescita e dell’evoluzione.
E in alcuni momenti specifici, ribattezzati con parole di concetto (politica, arte, socialità), riproduciamo quell’abbiccì senza modificare una singola lettera, riga dopo riga.
La consapevolezza massima, la fine di ogni scusa, la libertà, è comprendere di appartenere all’ennesima stirpe di esecutori e, di conseguenza, uscire dal coro.

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   ATUNNO  INVERNO  PRIMAVERA ESTATE
 Autunno Inverno Primavera  Estate
Sull’autostrada Torino-Savona, dalle parti di Lesegno, si vede quella casa ritratta sulla copertina del disco; addobbata così, dal proprietario, per ringraziare il cielo (..).
A seconda della luce appare di cattivo gusto oppure minacciosa e bellissima.
Trattasi di un’opera d’arte contemporanea più o meno inconsapevole: ha una veridicità, una bellezza selvaggia, folle, che ti riconcilia (per qualche secondo) con le installazioni umane.
Abituati al marketing warholiano, agli Hirst (“Il Michelangelo della tassidermia” per Marc Fumaroli), comprendi che l’intuizione geniale, la scapigliatura, sta altrove.
Ho dato a un fotografo (Emanuele Parisi aka Mrminio) il compito, per nove mesi, di scattare sequenze sempre nelle stesse posizioni.
Ne ho viste, prima di selezionarle, centinaia e centinaia…
L’altro luogo, ritratto nella confezione interna, è un manicomio abbandonato nei pressi di Torino: sono di un giovane fotografo alessandrino, Francesco Rebuffo.
Quando le vidi, fanno parte di un lavoro sugli spazi in decadenza, capii subito che sarebbero state perfette con le altre immagini.
Perchè ribaltano e confondono le prospettive: esattamente ciò che faccio ne “La merce perfetta” con la voce e la musica.
In molti, tra coloro che apriranno l’album, crederanno che sono lo stesso posto…

 

 

Mrminio dice: “Il primo ricordo è tale, quindi nessuno scatto digitale. Era notte fonda e tornavo in autostrada, il bagliore segnava l’orizzonte con un fare piuttosto cupo. Solo avvicinandomi intuii la forma della croce e di getto mi vennero in mente le croci in fiamme del Ku Klux Klan e gli incappucciati bianchi…Sono rimasto sempre scosso da quella visione.
Poi è iniziata l’idea della sequenza, un anno, quattro stagioni: ne ho scelta una per stagione e corrispondono…”

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